Caro diario,
noi poveri pandemicanti allo sbaraglio siamo ormai passati attraverso tutte le fasi di reazione: dall’ottimismo dell’andrà tutto bene, alla rassegnazione delle file davanti ai negozi di alimentari come in tempi di carestia, al dubbio di alcuni che forse qualcosa non ci tornava, alla rabbia (sempre di alcuni) quando è saltato fuori che infatti qualcosa non torna proprio.
Nel frattempo, per rincuorarci, ci siamo inventati di tutto: aperitivi sui balconi oppure online, chiacchiere su zoom, teatrini su FB, e per i più impegnati chat di lettura condivisa e critica letteraria.
Io da brava biologhina ho letto molto sul tema della virologia, evitando accuratamente il Burioni di turno, e appositamente scegliendo testi editi “ante Covid”.
Uno di questi è un pamphlet del 2006, rieditato anche in formato e-book nello scorso febbraio.
L’autore, Paolo Gulisano, medico specializzato in Igiene e Medicina preventiva, appassionato di storia della medicina, affianca alla sua professione medica anche quella di scrittore saggista, e in questo testo ci racconta per sommi capi cosa accadde nel passato quando l’umanità fu colpita da qualche pandemia.
Orbene (eh che linguaggio dotto!), mi è venuto in mente di narrare anche a te qualcosa sulle passate epidemie, onde possa avere contezza di come il potere, qualunque esso sia, non esiti a cavalcare l’onda della paura per soggiogare il popolo ignaro, e spesso anche quello meno ignaro. E comunque è sempre meglio essere meno ignari possibile, perché se abbiamo almeno una piccola speranza essa è riposta proprio nella nostra consapevolezza.
Ti invito perciò, se hai voglia di sapere qualcosa di più su questo argomento, a proseguire la lettura ancora per qualche minuto.
INFLUENZA SUINA: IL GRANDE BLUFF
Tutto ebbe inizio nel Febbraio del 1976, l’uomo era già stato sulla luna e il boom economico e demografico dell’occidente aveva già cancellato i disastri dell’ultima grande guerra.
Avvenne che in Gennaio, nella caserma di Fort Dix nel New Jersey, una recluta diciottenne si ammalò improvvisamente di influenza, o così pareva; ma in tre soli giorni la febbre altissima e la grave insufficienza polmonare spedirono il ragazzo al Creatore.
Una morte strana per un giovane di sana e robusta costituzione, pertanto si procedette all’autopsia. I polmoni del ragazzo erano completamente infiltrati di liquidi e agli esami microbiologici fu evidenziato un virus sconosciuto. Si chiese dunque l’intervento del CDC (Center for Desease Control) e dai loro laboratori uscì il seguente verdetto: il virus era quello dell’influenza suina, un microrganismo che si trasmette raramente tra uomo e maiale sempre per via aerea, ma non mangiando le carni suine.
Scatta l’allerta, si scandaglia Fort Dix in cerca di altri ammalati e se ne trovano sette, ma dagli esami eseguiti direttamente dal CDC sono tutti contagiati (tranne uno) del virus influenzale “classico” e non da quello suino.
Si fanno altri prelievi in caserma, e pare che il CDC trovi altre presenze del virus suino, tuttavia nessuno si ammala.
Nondimeno il 14 Febbraio di riuniscono ad Atlanta la FDA, il NIH, il Servizio Sanitario del New Jersey e il CDC, e il 19 Febbraio il CDC dichiara in una conferenza stampa che a Fort Dix è stato isolato un nuovo virus influenzale.
La stampa si gettò a capofitto nella notizia, creando subito opportuni collegamenti con la non ancora dimenticata “Spagnola”, lasciando intendere l’ipotesi di una nuova strage.
Altre riunioni seguirono, questa volta anche a Washington, e si cominciò a ragionare dello studio e produzione di un opportuno vaccino.
Fino ad allora c’era stato solo un morto, la sfortunata recluta di Fort Dix.
Le aziende farmaceutiche non caldeggiavano l’opzione del vaccino, paventando il caso che sarebbero seguiti più guai che profitti da tale operazione, così come l’OMS aveva manifestato scetticismo, e il 9 Marzo anche una commissione governativa riunita per decidere del vaccino uscì con un nulla di fatto, evidenziando che se l’epidemia fosse scoppiata e il vaccino non ci fosse stato… apriti cielo, ma se si fosse fatto il vaccino senza poi l’effettivo manifestarsi dell’epidemia il popolo avrebbe energicamente protestato per l’ingente spreco di denaro pubblico e per l’obbligo vaccinale imposto.
Si decise infine che il vaccino s’aveva da fare e il più in fretta possibile, perché “meglio un vaccino senza epidemia che un’epidemia senza vaccino”. Così si disse.
Sorse poi un’altra diatriba tra chi voleva fare il vaccino ma tenerlo in serbo per un’eventuale inizio dell’epidemia, e chi invece voleva utilizzarlo a priori, perché “meglio una riserva di vaccino all’interno delle persone che all’interno dei magazzini”, questo era lo slogan.
Vinse la seconda e la corsa al vaccino ebbe inizio.
Le farmaceutiche sapevano perfettamente che sarebbe stato difficilissimo creare un vaccino relativamente sicuro ed efficace in così breve tempo, anche perché il materiale virale per iniziare era pochissimo, praticamente quello proveniente dalla povera recluta deceduta. Si trattava inoltre di un ceppo virale a crescita lenta, mentre il tempo stringeva.
Decisero perciò di utilizzare anche altri ceppi virali simili per creare un ibrido a crescita rapida. Il vaccino così preparato avrebbe avuto caratteristiche diverse da quelle del virus che aveva ucciso il soldatino di Fort Dix, e le farmaceutiche interessate lo fecero presente, ma il governo diede ordine di proseguire.
Durante l’estate, mentre i biologi preparavano il vaccino, tra prove ed errori, (furono preparati anche incidentalmente due milioni di dosi utilizzando un ceppo sbagliato…), il governo preparava la campagna di vaccinazione per duecento milioni di cittadini americani. Il presidente Ford era in piena campagna elettorale per la rielezione e puntò molto su questo cavallo di battaglia.
Non c’era stato più nessun decesso per influenza suina, e l’opposizione al programma di vaccinazione aveva molti sostenitori, ma il caso volle che ai primi di Agosto, a Pittsburgh in Pennsylvania, morissero tre persone di una malattia simil-influenzale, e che pochi giorni dopo si presentasse qualche altro caso simile a Philadelphia e ad Harrisburg.
Si notò che tutti i soggetti colpiti erano “legionnaires” (=reduci) che il 21 Luglio avevano partecipato ad una riunione presso l’Hotel Bellevue Stratford a Philadelfia.
Anche stavolta la stampa ebbe buon gioco a descrivere dettagliatamente la misteriosa malattia che aveva colpito i reduci, i legionnaires come si dice in inglese, e ovviamente la bilancia cominciò a pendere vistosamente dalla parte della vaccinazione, mentre le farmaceutiche avevano il fiato corto perché sapevano perfettamente che non sarebbero mai riuscite a produrre 200 milioni di dosi in così poco tempo.
Il primo ottobre del 1976 iniziò il programma di vaccinazione contro l’influenza suina, che al momento pareva avesse ucciso solo la recluta e alcuni reduci.
Dieci giorni dopo a Pittsburgh morirono tre persone dopo l’iniezione del vaccino; il 13 Ottobre la Pennsylvania interruppe il programma vaccinale, seguita a breve da altri stati dell’Unione, mentre TV e giornali diffondevano notizie di parecchi altri decessi post-vaccinali in tutti gli USA, e moltissime segnalazioni di reazioni avverse al vaccino.
Il 24 Novembre alla CDC arrivò la notifica di un caso di sindrome di Guillaine-Barrè post-vaccinale, cui ne seguirono ben presto una cinquantina, che nei mesi successivi sarebbero saliti a qualche migliaio. Tale sindrome porta alla paralisi di gambe e braccia e a problemi respiratori.
Il 16 Dicembre fu ufficialmente interrotto il programma vaccinale.
Meno di un mese dopo, la prima settimana del 1977, due scienziati del CDC scoprirono che l’agente patogeno che aveva colpito i “legionners” non era il virus suino, non era nemmeno un virus, ma un batterio, cui venne dato il nome di Legionella.
L’Hotel Bellevue Stratford fallì.
Ford perse le elezioni.
Quarantacinque milioni di persone erano state vaccinate in soli 77 giorni, cosa che dimostra una efficienza pazzesca della macchina organizzativa americana, se non fosse che era stata messa in moto per una causa sbagliata.
Alla fine della fiera pare che l’unico morto di influenza suina sia stato lui, la nostra povera giovanissima recluta di Fort Dix, pace all’anima sua. Chissà come si chiamava?
Lucia Vignolo

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