sabato 28 marzo 2020

Caro Diario,
Oggi, quando mi sono svegliata all’alba delle quattro e qualcosa, emergendo da un sonno non del tutto tranquillo, ho deciso di scriverti. 
Ho deciso che ti scriverò forse tutti i giorni se non ti dispiace, perché ho bisogno di un favore grande: vorrei che tu tenessi memoria di quel che accade in questi giorni distopici, quasi pazzeschi.

Ma perché, il mondo ha bisogno proprio delle tue memorie, dirai tu…
Forse no. O forse sì. Forse il mondo ha bisogno della memoria di tutti noi. E ciascuno di noi ha bisogno di memorizzare ciò che accade, ovvero di incasellare questi eventi straordinari (e dai diciamolo che ora ci sta: epocali!) classificandoli secondo diversi criteri e ordini di importanza.

Gli “arresti domiciliari” lì per lì mi hanno stranita: io che amo la solitudine, io che amo stare a casa, io che amo i miei spazi, e i silenzi, e il tempo dilatato… io proprio io ne son o rimasta tramortita.

Non riesco a dare ordine alla mia giornata.  Girello nei miei sessanta metri quadri senza decidermi a intraprendere una qualche azione che non sia rigovernare o cucinare, e seguire i notiziari come per accertarmi che ciò che accade davvero accade.

Potrei leggere Guerra e Pace, o anche qualche romanzo più leggero.  Potrei fare yoga, ascoltare musica, imparare a dipingere con un corso on line, studiare il francese (o magari è meglio il cinese?), rivedere vecchi film, organizzare qualche tè del pomeriggio via skype con gli amici per scambiarci opinioni e farci compagnia.

Invece sto appiccicata al video, a cercare di capire cosa succederà domani.
Già, quello è ciò che mi immobilizza. Cosa accadrà domani? Come sarà il futuro? E più ancora: come vorrei che fosse?

Non è un pensiero inutile, perché il domani sarà anche come ognuno di noi vorrà che sia.
Ognuno di noi sarà in piccola parte responsabile del cambiamento. Ognuno di noi dovrà chiedere ai governi non solo il pane ma un nuovo assetto sociale. C’è qualcosa che non ha funzionato qui in Occidente, ce n’eravamo accorti già da un po’ ma adesso ne abbiamo la prova tangibile.

Ma cosa dobbiamo chiedere per cambiare? Sappiamo davvero cosa vogliamo?
Ecco caro Diario, aiutami a mettere ordine nelle mie idee, a dipanare i sogni e le speranze per il futuro. Aiutami a capire.

Magari ti condividerò con i miei amici sui social, sperando che se ti leggeranno non metteranno solo un like, che per carità è gradito, ma scriveranno un loro pensiero sotto nei commenti, magari un pensiero diverso dal mio, perché è proprio di confrontarci che abbiamo bisogno.

Credo che ci aspetteranno molti giorni a venire di solitudine. Giorni che potremo riempire con la caciara mediatica che ci insegue, o con un po’ di silenzio. 
E dentro questo silenzio magari potremmo far uscire la nostra vera voce, magari sommessa, umile, ma autentica. Non politically correct.  
Una voce magari sfumata di un po’ di ironia, ma non appesantita da quel becero sarcasmo di chi vede (e mostra) solo il male attorno a sé per ergersi sopra cotanta feccia a guisa di ultimo illuminato.  Non se ne può più codesti profeti del nulla. 

Magari potremmo ascoltarci l’un l’altro con più attenzione, facendo crollare i pregiudizi, distaccandoci dai preconcetti, aprendoci a nuove ipotesi.

Ci sono due frasi terribilmente retoriche che ci inseguono in questi giorni: “Nessuno si salva da solo” e “Nulla sarà più come prima”. 
E’ fastidioso. Ma temo che sarà proprio così.

Lucia Vignolo

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